Manowar – “Into Glory Ride”

Into Glory Ride, 1983Artista: Manowar
Album:
Into Glory Ride
Genere: Heavy Metal, Epic Metal
Etichetta: Megaforce Records
Anno:
1983

Into Glory Ride è il secondo lavoro dei Manowar ed uscì nel luglio 1983. Dopo alcune vicende che portano alla defezione di Donnie Hamzik dal ruolo di batterista, i Manowar, destreggiandosi tra molteplici problemi, trovano subito un grande rimpiazzo con Scott Columbus, baffuto operaio metalmeccanico alle prime esperienze con un gruppo professionista. Scott tuttavia si presenta con le giuste credenziali, con una discreta tecnica di partenza, ma anche con tanta potenza in più (grazie anche ad una produzione migliore del disco precedente).

La prima traccia, Warlord, riprende i canoni heavy metal del primo album, ma rappresenterà l’unica eccezione nel sound dell’album – e dopo capirete il perché. Il brano apripista (dopo la simpatica introduzione, recitata dallo stesso Columbus, coadiuvato da Adams) parte con un ritmo incalzante e diretto, in cui si nota subito la batteria, in rilievo rispetto agli altri strumenti (il charleston copre quasi chitarra e basso, che qui sono maggiormente bilanciati rispetto a Battle Hymns). Warlord è un brano dinamico, energico e pieno di carica metal: il nuovo drummer Scott Columbus è un musicista diretto, che predilige un drumming più lineare di quello di Hamzik, ma anche decisamente più potente. Il secondo brano è uno dei capolavori dell’album, ma anche della loro discografia: Secret of Steel. E qua avviene la svolta. D’ora in poi l’album sarà solo più epic metal allo stato puro, dall’incedere perlopiù lento e solenne. Secret of Steel si apre con un verso dominato dal basso di DeMaio. Il verso cantato da Adams è molto solenne, dall’incedere quasi doomish, molto evocativo nella sua descrizione. Bellissimo il verso che precede il ritornello, anch’esso molto epico e maestoso. Il brano, comunque, rimane permeato da un senso di oscurità, malinconia e magia, che deflagra nel bellissimo assolo di Ross the Boss, per poi chiudersi in un epico finale, dove la voce allora cristallina di Adams raggiunge le “alte cime” da lui decantate nel testo. Il terzo brano è Gloves of Metal, che assieme al precedente ed al successivo costituisce un trittico eccezionale. Questa, dei tre, è la canzone più diretta. La chitarra, per una volta, è a tracciare il riff portante della canzone. Per il resto basta leggere il verso del ritornello “We wear leather, we wear spikes, we rule the night“, un altro manifesto di quello che sono i Manowar. Anche se le tematiche non sono fantasy in questa canzone, l’impianto rimane ben saldo ed ancorato agli stilemi dell’epic metal: lentezza dei riff sempre granitici, stacchi imperiosi, oltre che un tapping nell’assolo davvero ottantiano e fantastico. Il successivo brano è l’eccellente Gates of Valhalla, introdotto da un egregio, quanto evocativo arpeggio al basso a 8 corde di DeMaio. Dopo un primo momento di solo basso, timidamente s’introduce un tappeto di tastiere che esalta il cantato di Adams, molto particolare e melodico. Dopo un inizio in sorniona, batteria e chitarra irrompono prepotentemente. Il riffing si fa tanto lineare quanto metallico. La doppia cassa sorregge le plettrate di basso e chitarra, con tanto di stacchi sui tom che suonano come veri e propri tamburi dei vichinghi. Il testo è infatti ispirato alla mitologia norrena: inutile sottolineare quanto sia stupendo. Basta leggere questa parte:

Death’s chilling wind blows through my hair
I’m now immortal, I am there
I take my place by Odin’s side
Eternal army in the sky.

La parte centrale si fa più lenta, con il ritornello che riprende il cantato iniziale. Ross the Boss si prodiga in un altro assolo fiammante, ma è la chiusura ad introdurre una soluzione davvero buona, sempre più che mai epicheggiante. La quinta traccia è Hatred, il brano più particolare all’interno del lotto. La canzone è quella meno facilmente assimilabile tra tutte le altre, e questo va ricordato. Luciferina è l’atmosfera che si respira sin dall’inizio canzone: la chitarra compie dei voli dissonanti e lancinati, mentre Adams parla del cuore del protagonista, attraverso cui fluisce un sangue nero, rendendolo pieno di odio. Il ritornello è vagamente orientaleggiante, mentre un particolare stacco melodico spezza il ritmo, alternando versi marcati a parti decisamente più sognanti. L’assolo è decisamente votato al noise, per la melodia qua non c’è proprio spazio: pure Adams si sgola come un dannato. La sesta traccia è Revelation (Death’s Angel), introdotta dai tom di Columbus, prima che chitarra e basso incomincino una cavalcata devastante. La canzone è certamente uno degli episodi più riusciti dell’album, possedendo certe soluzioni molto ben architettate (come la parte che va sempre più accelerando). Il ritornello è melodico, ma non manca mai di potenza. Le tematiche non sono più nordiche ma parlano dell’apocalisse, evidenziando un nota “satanica” che si andrà perdendo nei Manowar che verranno. Chiude l’album March for Revenge (By the Soldiers of Death), canzone che ricalca molto la struttura di Battle Hymn, quasi come se i Manowar volessero ritentare la sorte del precedente album. I tamburi di guerra già suonano che irrompe un verso che ricorda molto Battle Hymn, specie nella ritmica del basso. Un po’ corto il ritornello che però ha il pregio di non spezzare il pathos che, leggendo pure il testo, si era venuto a creare fin dai primi versi. L’intermezzo è il solito con il basso a 8 corde, solenne ed epico, e segue la caratteristica struttura delle suite epiche dei Manowar. Molto bello Adams che canta:

Your sacrifice so great, rest now take thy sleep
For you shall not awake, let revenge be sweet.
For when we march, your sword rides with me.
For when we march, your sword rides with me.
For when we march, your sword rides with me.
For when we march, your sword rides with me.

La song si chiude poi dopo un assolo curato, con una grande escalation di emozioni, accompagnata dal crescendo dell’intera band, per poi collassare in un classico – e caotico – finale alla Manowar.

Per la critica si tratta di un album mediamente bello, ma per i fan si tratta dell’album più bello dell’intera discografia del combo di Auburn. La critica in questo caso è davvero inclemente, perché con molta probabilità Into Glory Ride si colloca davvero tra quanto di meglio prodotto dalla band. Non so dirvi se si tratta del migliore disco, ma di certo qua di fillers non ce ne sono affatto. Niente assoli di basso, niente fronzoli vari. I brani sono solo 7, per un minutaggio non esagerato, ma sono tutti ottimi, che mantengono altissima la caratura dell’album.

Consigliatissimo come uno dei primi album epic metal della storia.

Tracklist:

  1. Warlord – 4:13
  2. Secret of Steel – 5:48
  3. Gloves of Metal – 5:23
  4. Gates of Valhalla – 5:23
  5. Hatred – 7:11
  6. Revelation (Death’s Angel) – 6:28
  7. March for Revenge (By the Soldiers of Death) – 8:24

Line Up:

Joey DeMaio – 4 strings, 8 strings bass
Eric Adams – vocals
Ross the Boss – guitars, keyboards
Scott Columbus – drums

Voto:

5-stelle

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Saxon – “Sacrifice”

Sacrifice, 2013Artista: Saxon
Album: Sacrifice
Genere: Heavy Metal
Etichetta: UDR
Anno: 2013

Una realtà indiscussa del NWOBHM-che-fu ha staccato il biglietto del ventesimo studio album pubblicato. Il 1° marzo è uscito infatti Sacrifice, ultima fatica della band di Barnsley, UK. Che dire, l’album non mi ha colpito più di tanto: è un buon disco di heavy metal, quello più hard rock oriented, fatto di tantissimi riff vecchio stile, cui fa da contraltare una produzione moderna, pulita, che esalta sicuramente questa tipologia di musica.

L’album si apre con l’intro Procession, cui segue la title-track Sacrifice. Caratterizzata da un riffing molto duro e potente, la canzone si candida come il miglior brano dell’album e racchiude tutti gli elementi tipici del genere. La voce di Biff Byford è acuta ma potente, ancora in grande stato dopo 62 primavere, le chitarre urlano ed il wah-wah tesse strane partiture, per poi sfociare in un ritornello anthemico, con i cori che ripetono il titolo. Un assolo in pieno stile classic metal chiude certamente un buon episodio. La terza traccia è Made in Belfast, con un riff che si guadagna subito l’attenzione dell’ascoltatore. I Saxon intuiscono la potenzialità del giro e lo ripropongono anche nel ritornello. Buona scelta, così come valida la canzone. Warriors of the Road è il brano più potente dell’album. Le partiture si spostano su canoni prettamente speed metal, con le ritmiche forsennate e la voce molto più aggressiva. Non male come brano. Guardians of the Tomb, la quinta canzone, inizia in modo tranquillo, con una buona melodia di chitarra. Il riffing è particolare, anche se poco dopo diventa tutto decisamente più heavy metal. Da notare l’assolo melodico. Il sesto brano è Stand up and Fight, ma vi dico che non è della stessa classe della song di Dio. Quello in questione è un brano deciso, ma niente di più, dal momento che pure il ritornello sembra risentire delle linee vocali un po’ smorte. Stesse parole si possono dire per Walking the Steel, brano con non molto mordente. Night of the Wolf è un brano invece migliore, ma pur sempre molto canonico. Wheels of Terror, nona traccia, ricorda (almeno per il titolo) un grande brano del passato dei Saxon, ma anche qua i Saxon si arrangiano alla bell’e meglio con grande mestiere, mentre l’assolo vorrebbe stupire, ma in effetti rimane nell’anonimato. L’ultima canzone è Standing in a Queue, dall’incedere rockeggiante grazie al basso lineare ed ai riff graffianti.

In apertura ho detto che non mi ha colpito particolarmente perché, a giorni di distanza, nessuna traccia mi è rimasta impressa: sarà perché l’heavy che preferisco è quello della scuola Maiden – Priest al massimo – ma quello fatto con i soliti riffoni chitarristici, su di una base ritmica piuttosto lineare, non mi ha mai esaltato. I Saxon per me han sempre rappresentato tutto questo, per cui preferisco lasciarli adorare agli altri.

Album piuttosto anonimo, ci si vive bene anche senza.

Tracklist:

  1. Procession – 1:45
  2. Sacrifice – 3:58
  3. Made in Belfast – 4:34
  4. Warriors of the Road – 3:34
  5. Guardians of the Tomb – 4:47
  6. Stand up and Fight – 4:02
  7. Walking the Steel – 4:24
  8. Night of the Wolf – 4:23
  9. Wheels of Terror – 4:23
  10. Standing in a Queue – 3:36

Line-up:

Biff Byford – vocals
Paul Quinn – guitars
Doug Scarratt – guitars
Nibbs Carter – bass
Nigel Glockler – drums

Voto:

2-stelle

 

 

 

 

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Manowar – “Battle Hymns”

Battle Hymns, 1982Artista: Manowar
Album: Battle Hymns
Genere: Heavy Metal, Epic Metal
Etichetta: Atco, Atlantic, Geffen, Magic Circle
Anno: 1982

Tempo libero. Finalmente ho del tempo libero per fare ciò che mai avevo osato prima: recensire un’intera discografia dall’inizio alla fine. Fantastico, dico io. Ma ne sono davvero sicuro? No perché si tratta di un bel lavorone, di un certo spessore, non di certo come fare una recensione ogni tanto.

Io dico però che ne sono sicuro, anche perché recensirò i Manowar. Sì, proprio loro, il gruppo della (mia) vita, assieme ai Maiden. Anzi, dico fermamente che gli Iron Maiden sono stati il gruppo che mi ha iniziato al metal, come moltisssimi altri ragazzi. Eppure i Manowar, forse per la loro presenza, forse per quella cafonaggine tanto criticata, sono stati coloro i quali mi hanno spiegato cosa voglia dire essere metallari. E’ inutile girarci attorno: loro sono il metal ed il metal se si potrebbe personificare sceglierebbe i Manowar. Perché? Perché è facile: loro scrivono metal puro ed incondizionato dalle mode passeggere, perché loro hanno l’attitudine tanto celebrata del “drink, rock & fuck” e non per ultimo perché loro vivono per il metal. Sì, direte voi, tanta gente vive grazie al metal. Ma qua il discorso è diverso, qua si tratta che DeMaio&soci vivono non grazie, ma PER il metal. Qualsiasi aspetto della loro vita pubblica è costantemente permeato dall’alone dei true defenders, che solo in pochi anno. Chi non vorrebbe essere al loro posto? A capo di una delle band più fottute del pianeta, in cima al mondo solamente a suonare, stare in compagnia con i brothers of metal e andando in moto per le strade del mondo. Fantastico.

Eppure questo atteggiamento è solo possibile per i grandi. Eh già, mica puoi permetterti di suonare in un pub qualsiasi e poi sbrodolare le prime file a colpi di Moët et Chandon riserva, senza scialacquarsi quanto parsimoniosamente risparmiato, oppure far salire la prima tipa tettona che ti capita a tiro, sollevarla e limonarla in posa da guerriero post-ragnarok senza che lei, minimo, ti denunci per molestie.

I Manowar, insomma, sono anche (e forse soprattutto questo): tanta musica, heavy metal, dal più lento e cazzuto a quello prettamente più speedeggiante, ma anche tantissima quanto sana attitudine.

Lascio perdere i cenni biografici, wikipedia esiste per quello, no?

Bando alle ciance, diamo fiato alle trombe perché iniziamo con la recensione vera e propria di Battle Hymns, album d’esordio della band, che si apre con Death Tone, grande canzone che mette in chiaro i canoni del combo di Auburn. Il basso distorto di DeMaio è qualcosa che significa amore a prima vista. Non possono piacerti i Manowar se non ti piace un basso distorto, sempre presente, sopra la chitarra, cazzuto alla morte. Bene, Joey è tutto questo. Ecco che le linee dei versi così come il ritornello sono sovrastati dalla sua potenza bassistica allucinante. Le chitarre di Ross the Boss fanno il loro valido lavoro (specie nei pregevoli soli chitarristici, decisamente hard ‘n’ heavy in questo album). La batteria di Donnie Hamzik è l’unica a pagare un po’ dazio per una produzione non all’altezza, ma solo per quanto riguarda lo strumento in questione: infatti gli altri se la cavano alla grande, ma la batteria soffre un po’ della sindrome della batteria chicco, quella che suona un po’ alla cazzo, perché i suoni sono un po’ debolucci. A dire la verità, però, a me piace comunque un sacco. Sarà perché un po’ vintage, ma è davvero speciale. Menzione a parte per la voce: Eric Adams si presenta come uno dei migliori singer in ambito classic metal, sia per estensione che potenza. Non appena conclusa la prima traccia ecco Metal Daze, autentico inno dell’heavy metal che, con il suo incipit, mette in musica la loro concezione di rock duro:

I hear the sound
In a metal way 
I feel the power 
Rolling off the stage 
Cause only one thing 
Really sets me free 
Heavy Metal 
Loud as it can be

Più chiaro di così si rischia la morte. Pompanti i versi, intrigante il bridge, bell’assolo e chorus davvero catchy. Fantastica canzone, che trova nel live una dimensione difficilmente replicabile.
Entriamo così nella parte centrale dell’album con Fast Taker, una delle canzoni che, se vogliamo proprio trovare un difetto, può risultare tra le meno belle. Ma porca miseria, questo è un grandissimo album nonché godibilissimo e quindi anche Fast Taker si pone come un sano heavy metal, delimitato da un basso roboante quanto da un chorus che ti entra subito in testa. Il riffing dei versi è pur sempre molto valido. Tuttavia, a pensare al brano in questione ed al successivo mi sorge un po’ l’impressione che siano due brani “poco pubblicizzati” dalla band stessa. Si arriva così a Shell Shock, altro onesto lavoro metal, con un verso un attimino più calmo e meno rumoroso del solito, che probabilmente lo pone come l’episodio meno riuscito dell’album. Onesto, come ho già detto, ma nulla più. Siamo però sempre su livelli molto alti.
La musica cambia col seguente, cazzutissimo, manifesto della band. L’omonima Manowar è semplicemente un inno, dove loro, sin dal lontano 1982, già decantavano i loro futuri successi, sicuri di raggiungere qualsiasi obiettivo potessero porsi. L’inizio è da capogiro, da presa sulle folle che scapocciano senza sosta, il riff del verso è sparato e martellante, il bridge è armonioso, fantastico, con una soluzione melodica molto carina. Il ritornello, inutile a dirsi, è un anthem spaccaculi, perché loro sono La band. Solo di chitarra bellissimo, da lacrime l’ultima parte dello stesso. Canzone che si chiude in modo incommensurabile, epico e patriottico (anche se l’inno americano è un tantino distorto). Da sola vale l’acquisto dell’album. Ma piano a cantare al miracolo. Ci sono altre tracce da ricordare, per Giove!

Il successivo brano è Dark Avenger, nel quale troviamo la collaborazione del grande Orson Welles, attore/regista/sceneggiatore americano che stabilì con i Manowar una serie di interessanti collaborazioni. Dark Avenger è certamente un brano diverso da cosa ascoltato fino ad ora. In questa canzone si possono scoprire i primi vagiti di quell’epic metal che tanto sarà celebrato con i futuri lavori del combo statunitense. I ritmi infatti si fanno decisamente meno veloci, ma più cadenzati, quasi da marcia militare, con la voce narrante di Welles a conferire solennità nell’intermezzo del brano. Anche il minutaggio sembra risentirne del cambiamento, ma non abbiamo ancora finito di apprezzare la variazione ritmica che la canzone ci riporta su lidi decisamente speed metal, con la batteria sparata che sorregge basso e chitarra arrembanti. Adams sfiora vette mai toccate, la sua voce si sforza, urla a più non posso ma riesce sempre e comunque a mantenere l’intonazione.

Il brano dopo è un topos dei Manowar: l’assolo di basso. Piccola – e doverosa – nota: dei Manowar sovente si critica l’egocentrismo di DeMaio, così come i suoi assoli di basso. Ok, alla lunga si può sfociare nella noia, ma considerando la canzone in questione, tutto si può dire tranne che susciti noia. William’s Tale è uno dei più bei assoli di Joey, realizzato con un piccolo bass senza distorsione, pulito e limpido nel suono, giusto un po’ di riverbero a dare più profondità alle note.

Chiudiamo l’album con Battle Hymn, la canzone che da il nome all’album. Non ho voglia di scrivere molto a riguardo. La canzone è senza senso, stupenda. La loro composizione più riuscita, epica allo sfinimento, potente ma anche toccante e melodica. Se mi chiedono “fammi un esempio di epic metal” dico semplicemente Battle Hymn. Dall’intro realizzata col basso a 8 corde, agli stacchi imponenti ed epici, passando per il verso cavalleresco, arrivando al ritornello semplicemente spiazzante, in quanto a decisione e potenza. L’intramezzo è solo il preludio ad uno degli assoli di chitarra più riusciti dei Manowar. Semplicemente deliziosa. Scusatemi se mi ripeto, ma la canzone per me rappresenta la summa dell’epic metal.

Battle Hymns è l’album d’esordio dei Manowar. Tuttavia non si può dire che pecchi di inesperienza, perché sapevano già tutti fin troppo come comportarsi. Di bello c’è la varietà degli stili musicali: se all’inizio a prevalere è l’heavy metal classico (da Death Tone a Shell Shock), è poi l’epic metal a salire in cattedra, prima a poco a poco (Manowar), poi sempre di più (Dark Avenger, Battle Hymn). Sarà proprio dalle basi più epiche che partiranno i futuri lavori di questa grandissima band.

Molto bello, consigliatissimo a chiunque ascolti rock duro.

PS: Faccio notare che nel novembre 2010 è stata fatta uscire una nuova versione riregistrata dell’album (con una produzione nettamente più moderna), denominata Battle Hymns MMXI.

Tracklist:

  1. Death Tone – 4:48
  2. Metal Daze – 4:18
  3. Fast Taker – 3:56
  4. Shell Shock – 4:04
  5. Manowar – 3:35
  6. Dark Avenger – 6:20
  7. William’s Tale – 1:52
  8. Battle Hymn – 6:55

Line-up:

Joey DeMaio – 4 strings, 8 strings bass, piccolo bass
Eric Adams – vocals
Ross the Boss – guitars, keyboards
Donnie Hamzik – drums

Voto:

4-stelle-e-mezza

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Thunderstruck con la cornamusa

Insolita, ma anche molto simpatica, rivisitazione della hit degli AC/DC eseguita da Cam McAzie, alias The Badpiper. Come se non bastasse ha modificato il suo strumento, incorporandogli un triplo lanciafiamme molto coreografico.
Ce ne fossero di tipi come lui in giro, altro che i soliti mimi del cazzo!

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Metallica: un nuovo video!

I Metallica hanno da poco rilasciato un nuovo video che ricorda lo scorso concerto del 25 aprile a Città del Capo, Sudafrica.
Due i brani che sono inclusi nel video: Fuel e Through the Never. Band molto energizzata, peccato per il solito Ulrich che accelera come un dannato anche quando non dovrebbe. E peccato anche per la schifosa batteria da liscio che oramai, da anni, usa.

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News su Iron Maiden, Slayer, Motorhead, Sepultura…

Da oltre 33 anni sono sulla cresta dell’onda ed ancora non si fermano. Dopo la spaventosa prestazione di Milano al Sonisphere Festival, gli Iron Maiden sono stati “costretti” ad aggiungere all’ultimo una nuova data, prevista a Londra per domenica 4 agosto. Sapete perché? Perché per il concerto previsto per il giorno prima sono stati esauriti i ticket in soli 12 minuti, dopo che le vendite sono state aperte. Pazzesco. Anzi no, non più di tanto direi. E’ normale prassi per i Maiden. Altroché ‘sti sbarbatelli che fanno i poser con i riff sincopati.

Giunge notizia che i Sepultura stiano ultimando le registrazioni del loro nuovo album. Andreas Kisser, chitarrista ed autore delle dichiarazioni, ci fa sapere che parte del lavoro è già completato (chitarre ritmiche), mentre il basso sta effettuando la registrazione proprio di questi giorni. Mancheranno poi solo più gli arrangiamenti di chitarra e vocali. Nessuna novità su come proceda la parte di batteria. L’entusiasmo è comunque alle stelle, anche se noi speriamo che il lavoro sia soddisfacente davvero.

I paladini della figa del metal, gli Steel Panther, sono in studio per ultimare il loro terzo album, in uscita per il prossimo autunno. Per la loro release si avvaleranno di Jay Ruston, ex produttore, tra gli altri, degli Anthrax.
Di seguito un loro video in cui parlano (e cazzeggiano), raccontando le vicende della produzione direttamente dal loro studio. Stima per l’uomo che si scaccola – ed ammira la caccola – mentre il bassista Lexxi Foxxx registra la sua parte.

Una brutta perdita per il mondo del rock: è mancato Mark Fisher. Forse ai più questo nome non dirà nulla, ma basta sapere che fu colui che realizzò numerosi stage set per band del calibro dei Rolling Stones, Pink Floyd ed AC/DC. Molto addolorati gli Stones, che esprimono il loro rammarico in un comunicato ufficiale.
Fisher, tanto per citare qualche suo lavoro, fu il designer del set di The Wall dei Pink Floyd.

Buone nuove, invece, in casa Motörhead, dato che il check-up a cui si è sottoposto Lemmy (per i cui problemi hanno dovuto annullare diverse date in Europa), ha dato responsi negativi. Un comunicato stampa ci racconta di un Lemmy in perfetta forma (mangia, beve, scopa). Meno male.

Chiudiamo con Kerry King che ha rilasciato queste parole, che usciranno per il numero di agosto di Guitar Club Magazine:

“Tutte le volte che finivamo un tour, Jeff se ne andava e staccava da tutti. Potevi anche abitare a 45 minuti di strada da lui, ma a meno che non facessi parte della sua cerchia ristretta di amici, era molto difficile rimanere in contatto con lui, e ci ho messo degli anni a capirlo. Per un po’ pensavo solo: “Perchè lui non mi richiama mai?“, ma invecchiando ho capito che era semplicemente il modo in cui Jeff era fatto.
Non credo che Jeff fosse il mio migliore amico. Eravamo probabilmente i più legati nella band, ma non migliori amici. Per spiegarla in un modo che sia chiaro a tutti, Jeff ed io eravamo più dei soci in affari. Era mio amico? Certamente. Ma non ci comportavamo come tali. L’ultima volta che ci sono uscito è stato nel gennaio 2003, quando andammo da qualche parte a vedere i playoff degli Oakland Raiders. Sembra orribile, ma è così, è semplicemente come andavano le cose”.

Che l’amicizia vera non fosse proprio di casa negli Slayer era cosa risaputa, ma tuttavia fa sempre male sentire notizie del genere. Tu immagini i tuoi eroi come amici per la pelle, ma invece la dura realtà è questa. Che sia amicizia vera o show business, a me piace ricordarli così.

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Incredibile news su Lambesis degli As I Lay Dying!!

Annuncio shock che ha del pazzesco.. Il frontman degli As I Lay Dying, Tim Lambesis, è stato arrestato ieri 7 maggio, per aver tentato di uccidere la propria moglie! Anche se il cantante non si era mosso in prima persona per il misfatto, Tim avrebbe cercato di assoldare un killer per far fuori la moglie, dalla quale si era già separato. Questo è tutto ciò che emerge al momento, anche perché, oltre al comunicato stampa dello sceriffo della contea di San Diego, non si sa nulla. Dettagli non possono essere ancora rilasciati perché la questione è ancora sotto indagine. Le forze dell’ordine avrebbero saputo il tutto la scorsa settimana, per poi agire a giorni di distanza, probabilmente cercando il momento propizio.

Un fatto molto strano, che lascerà l’amaro in bocca a tutti i fan della metal band californiana, perché chissà quando potrà uscire dalla prigione. Ma lo è ancora di più se pensiamo che Lambesis, così come gli altri membri degli AILD, si è sempre dichiarato pubblicamente cristiano. Evidentemente aver a carico una moglie che intendeva, probabilmente, spillargli qualche quattrino deve averlo portato ad andare fuori di melone, cercando una soluzione tanto esasperata quanto brutale.

In gattabuia eh...

In gattabuia eh…

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